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-Note a ènfasi architettonica - * metafisica monumentale
*Barthes e Lausberg *architettura gotica * cfr. Georg Friedrich Hegel, Estetica, ed. it. A cura di N. Merker, Einaudi 1972., p.741-743. * “sciupio vistoso” secondo T. Veblen. * Il cinema e l’enfasi architettonica Lo stile faraonico o quello imperiale romano, il barocco o il neoclassico fino all’ecletticismo , per dirne alcuni, cercavano di soddisfare quello spettacolo che l’immaginario richiedeva. Come tutti ben sanno uno degli scopi collettivi del cinema è stato anche questo, specie nei periodi di grosse difficoltà economiche. Non a caso abbiamo “abitato”, in un clima di neorea lismo o subito dopo, il cinema dei “kolossall” e dei “polpettoni”, per compensare l’appagamento di enfasi architettonica che è nei remoti meandri della mente e che ci porterà, secondo la traccia del mio percorso, a stabilire che è una parte considerevole dell’immaginario architettonico che l’istinto ci indica. Forse alcune esperienze del futurismo come la centrale idroelettrica di D’Elia o le scenografie di luci di De pero non facevano altro che assolvere a questa esigenza. Una siffatta centrale elettrica, dalle spaventose dimensioni gigantesche, nessuno saprebbe dove collocarla compreso lo stesso D’Elia che l’aveva disegnata, ma in mente tutti abbiamo avuto la certezza di “vederla” come in un vissuto . Senza dubbio, nonostante l’ingombro e forse anche l’avversità estetica, l’abbiamo collocata nella nostra mente. Lo stesso si può dire dell’impianto scenografico e delle robotiche figure che attualmente ci sembrano familiari ma che al tempo della Bauhaus non lo erano affatto, eppure sono riuscite pure loro ad abitare la nostra fantasia; concezioni d'immagine che forse ancora ci fanno scuola. * L'icona o il logo architettonico Non so se lo sapete ma il cruccio attuale di ogni famoso architetto che si sente di successo è se in quella città dove ha costruito un edificio venga poi visitato o presa a riferimento la sua realizzazione architettonica da un qualsiasi passeggero sceso dall’aereo, di conseguenza chi progetta ha l’obbligo di costruire edifici che indirizzino a se il pubblico altrimenti avremmo un progetto fallito. L’esempio della Tour Eiffel per Parigi o del duomo per Milano sono da considerarsi ancora esempi anche se vecchi. Oggi un pubblico sempre più bombardato dall’informazione e distratto dalla propaganda del consumismo ha bisogno di un messaggio “forte” che spesso si manifesta in una concezione estrema della forma. Ovvio che superare questo ostacolo è un obbligo per ogni architetto. Ormai gli storici dell’arte convergono che l’architettura si muove su canoni di rappresentazione simili al marketing dove il tornaconto avviene secondo una risposta di pubblico dovuta all’attenzione esercitata. La curiosità esercitata da stranezze e simbologie estreme sembra la strada d’obbligo per ogni progettista di successo. La realizzazione di un manufatto che diventi il marchio pubblicitario della città serve a creare interesse turistico non che commerciale, un richiamo cui tutte le metropoli della globalizzazione necessitano come vitale per la sopravvivenza. Un logo che vinca la competizione internazionale sempre più agguerrita nello stupire, spesso anche una violenza psicologica che vale il destino di una città proiettata verso il futuro, un impegno sacrificale senza fine . Sculture giganti più di architettura, spazi sacrificati più ad un concetto astratto di forma che ad un fruire degli spazi, pubblicità, logo. Un immagine che diventa un meccanismo promozionale, l’event city, economia dell’attenzione , eloquenza commerciale di un architettura sottoposta a continui sorprendenti mutamenti. Si considera una forma di urbanizzazione dei flussi e di manifestazioni che modellino la città . (poi lo correggo, ciao!)
L' ènfasi spettacolare. Che cosa è la città dello spettacolo Las Vegas è sempre stata tra le città citate come esempio di gusto degenere dal punto di vista architettonico proprio perché rispondevano ad esigenze stilistiche e pratiche superficiali, tipiche di un’ utenza non acculturata, per lo più turistica, desiderosa di consumismo e divertimento sfrenato. Il fatto che tutto lì risultasse estremo ed esagerato, di un lusso sfacciato e falso, faceva sì che nessuno studioso prendesse sul serio quel macroscopico villaggio vacanze che è Las Vegas, relegando il fenomeno ad un prodotto della Mafia o del consumismo idiota dell’americano medio, banalizzando così uno degli esempi più interessanti di american way of life applicata all’urbanistica, come se tali modelli di città venissero fuori senza impegno alcuno. Adesso abbiamo un altro fenomeno simile per esagerazioni stilistiche che possono essere considerate senza alcun dubbio da Guinness dei primati: ad esempio Dubai ha il grattacielo e l'hotel più alti del mondo, così pure l'aeroporto e il porto turistico più grandi del mondo, etc. etc. Se si pensa che Dubai sta sostenendo una non dichiarata gara con altre metropoli di paesi emergenti, anch'esse desiderose di sorprendere l'opinione pubblica mondiale con edifici giganteschi, si capisce che ormai questa sta diventando una tendenza generale, che reca con sé un nuovo messaggio non solo artistico, ma evidentemente anche politico. Non sono solo le città del terzo mondo o di potenze emergenti ( come Hong Kong o la capitale della Malaysia, Kuala Lumpur , a Taipei in Taiwan, a Shangai etc. etc.), ma anche centri minori che vantano una sola architettura stupefacente per attrarre, oltre a polemiche, un certo tipo di turismo colto, desideroso di novità sorprendenti. Bilbao con il museo di Frank Gehry è un esempio che si spiega da solo, ma esistono ormai numerosi casi consimili sparsi su tutto il pianeta. Dall’edificazione, a Parigi, del Centre Beaubourg, sorto al posto delle vecchie Halles (Mercati Generali) nel lontano ‘'79, fino a oggi la tendenza ad entrare con dirompenti invenzioni nel buon gusto comune con edifici che scatenano critiche e contestazioni o, addirittura un istintivo riggetto, è ormai sempre più paradossalmente convincente, tanto che si tende a proporre non solo singoli monumenti, ma intere città, con un aspetto studiato per incuriosire l’ utenza, sino ad attirarla come in una trappola mistificatoria. L'architetto si trasforma pertanto in un abile confezionatore di esche ovvero in un astuto e capace investigatore di meccanismi segreti, sensibili di suscitare piacere e consenso nelle utenze dopo, magari, averlo scandalizzato; ad essi deve saper corrispondere con una costruzione, un allestimento, un progetto di restauro o di nuova urbanizzazione. Valori formali e mercato “Glocalizzazione” e marketing "Think global, act local" L'edificio prodotto ha valore economico se procura beneficio all'utilizzatore, per un insieme di attributi concreti e fruibili o, come abbiamo visto, immateriali e sovrastrutturali, frutto di una specifica manipolazione. Il costruito ha valore per quanta soddisfazione riesce a dare al desiderio e al bisogno nell' attenzione, acquisizione, uso o consumo. Un opera non è quindi solamente l'oggetto fisico in sé, ma include il contesto o, a secondo dei casi, la decontestualizzazione, le idee, oltre che le persone e le organizzazioni. Essa può essere rappresentata come una lista gerarchica, dove alla sommità si pone l'ordine del manufatto come necessaria richiesta, progetto che è l'idea o la richiesta da cui si ramificano altre necessità in forma di sistemi, con sotto sistemi e componenti sino ad arrivare a quelli elementari di maggiore dettaglio. Non cose tangibili, quindi, ma sistemi di necessità e richieste degli utenti recepite e fatte proprie dalle amministrazioni. Il tutto serve a delineare non solo l'efficacia del progetto ma anche quello che è richiesto per la sua fabbricazione e i costi per avere una certezza di quello che possono essere i ricavi. Vale lo stesso per le analisi di fattibilità o di valutazione, oltre, ovviamente, quella stessa immobiliare e catastale. Dati che sono poi utili ad una pianificazione commerciale del manufatto in locale o su una scala più larga non dimenticando tutti quei meccanismi che fanno da richiamo dell'opera. Tutto questo ha valore subalterno a quello di stima anche se non è ancora il mercantilismo di cui abbiamo sino ad ora trattato, per un analisi più realista dobbiamo aggiungere e delineare i valori diversi dal valore di mercato. Se dell'ènfasi siamo giunti a tutta una serie di considerazioni storiche, estetiche e sociologiche sul ruolo dell’architettura nella società contemporanea, dove ogni operazione che comporti progettualità e investimenti deve essere market oriented, lo sforzo successivo sarà dunque trattare l’ènfasi in termini di valore e stima per arrivare ad una quantificazione in ordine numerico. ( *Nota sulla stima presa da Wikipedia, che non citerei) Non esistendo ancora la stima di énfasi, o la quantificazione di valore comunicativo di un edificio, però per approssimazione potremmo cercare di avvicinarci quanto più possibile, sino ad arrivare alla completa implementazione di questa nuova voce o delle nuove teorie economiche della stima di valore. Ne consegue che la ripartizione del valore di un immobile tra il fabbricato e il terreno dovrà basarsi su di un market comparison approach, rifondato sulle basi di un nuovo cost approach dove compaia la stima di ènfasi. (Inutile dire che tutti questi termini solo da poco sono stati studiati e attendono una definitiva traduzione e definizione). Tutte le procedure della gara europea con la relativa nomenclatura( residual techniques, band of investment, market oriented, l'applicazione dell'analisi quantitativa, la regola contabile di valutazione, il sistema dei costi, il computo metrico-estimativo, la stima empirica del costo, la stima del costo corretto ecc.) avranno un valore aggiunto che noi valorizzeremo e calcoleremo come ènfasi. Calcolo di stima e programmazione con applicativi Com’è noto, i procedimenti di stima secondo gli standard internazionali (market approach, cost approach e income approach) finalizzati alla stesura del Rapporto di valutazione, sono metodi di stima uniformi in questi standard e pacifici nella letteratura estimativa internazionale. ?xp÷?p Il metodo estimativo è il principio in base al quale si perviene all'individuazione della quantità monetaria ritenuta congrua (più probabile) da attribuire a tutti quei beni economici che, per la loro unicità, non possiedono un prezzo di mercato. Esso permette di pervenire alla conoscenza di tale quantità monetaria (rapportandola ad un campione di parametri ? ) attraverso la comparazione del bene oggetto della stima con il valore medio di un campione di beni simili (?) ad esso di cui si conoscano dei prezzi di mercato correnti o dei valori (riferiti allo stesso parametro). ? : ? = Vx : p , da cui: il valore del bene (Vx) che stiamo cercando sarà individuato dalla seguente relazione: ?xp÷? Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/ Metodo_estimativo" (Devo superare difficoltà di scrittura di formule nelle pagine Web, per adesso accontentatevi del passaggio logico, scusate) Microsoft Office Visio.Oltre a sistamatizzare varie possibilità di calcolo specifico per definire l'entità di ènfasi possiamo anche inserirlo in un quadro economico più ampio di un progetto su ampia scala urbanistica di una città, di una una regione di un area o di varie aree prese in considerazione da un tipo di progetto o di programma. Questa concezione oltre a snellire organizzazioni che avrebbero un peso burocratico eccessivo permettono maggiore comunicatività interna all'ente preposto alla progettazione ma anche una maggiore presentabilità per chiarezza di idee. Le multinazionali sono attrazzate in tal senso già da molto tempo e la cosa non suscita alcuna sorpresa visto l'impegno globale che rivestono, ma già da alcuni anni è in commercio da parte della Microsoft Office Visio che da la possibilità di usare un applicativo potentissimo senza rischi di elaborare programmi per software di uso circoscritto e di dubbia riuscita. Inserire i valori di cui abbiamo parlato prima secondo un accurata analisi e selezionati secondo il progetto che si vuole realizzare. I grafici e le tabelle che verranno sono ottime per capirne i meccanismi di resa di quello che abbiamo inteso fin d'ora come ènfasi. Prima conclusione: l'evento come sovrastruttura della città Ciò premesso, proviamo a coniare la risposta alla domanda iniziale. La città dello spettacolo è un gran teatro dove i cittadini vengono usati come ignari target di meccanismi consumistici. Forse studiare il comportamento degli avventori in un supermercato potrebbe essere interessante. Abitare in una città equivale appartenere ad un programma di iniziative centralizzate delle quali si è parte integrante: un grande meccanismo orwelliano, dove ci si deve adeguare a scadenze come fanno gli animali in un allevamento, con la differenza che le scadenze che per gli animali sono le fasi della vita, per gli umani sono gli eventi politici e culturali, che scandiscono il calendario annuale. Gli allevatori corrispondono a coloro che presiedono agli organismi di controllo e di gestione o che organizzano strutture sociali complesse (organi amministrativi, enti locali, centri sociali, associazioni culturali, potentati locali, settori commerciali come quelli della moda, della ristorazione, dei trasporti, ecc.) non escludendo, ovviamente, quelle più propriamente ludiche, e qui parliamo di festival, concerti, rassegne cinematografiche, spettacoli in piazza, notti bianche, ecc. Non è un caso che anche da noi prolificano, sotto mentite spoglie, gli Spin Doctor, termine da noi poco usato perché smaschererebbe molti personaggi di spicco delle amministrazioni, specie quelle di sinistra che si vantano di essere i baluardi dell’antiamericanismo, ma in altri campi, come quello televisivo, sono ormai famosi. Pensiamo anche a forme indirette come quello che succede a Striscia la notizia, ai paparazzi cacciatori di scoop che opinano e dettano legge nella piazza globale dove si omologano e si sceneggiano politica, economia, gossip e spettacolo, alta moda e cronaca sociale. Includerei anche fenomeni tipo You tube che liberano forme artigianali di manipolazione mentale etc... Tutto ciò, beninteso, di per sé non rappresenta necessariamente un male, specie per la moltitudine di stipendiati che dipendono dall'indotto commerciale, ma lo diventa quando supplisce alla vera e genuina realizzazione urbanistica e architettonica della città. Si perde così il concetto stesso di tessuto urbano, perché saranno le varie scadenze culturali a fornirne una parvenza: festival del cinema, quadriennale o biennale d'arte, estate romana o riminese che sia,sagre, fiera del Sol Levante o del fungo porcino. Non importa il tema di per sé, importa il fatto che i flussi degli spettatori avvengano in maniera sempre più massiccia; ne consegue il decadimento consumistico della città e la sua riduzione a mero insediamento abitativo, che sarà sfruttato da un apposita rivisitazione in poli di attrazione, diversi o gli stessi che siano, ovviamente meglio se stupefacenti. La ragione di essere città è uno strano impasto urbano policefalo che man mano crea e fagocita parte di se stessa. L'architettura, intesa come edificazione e design di alto livello, non sarà mai più se stessa; quello stile significativo che fino a poco tempo fa caratterizzava gran parte degli edifici verrà meno, al punto che non ci sarà distinzione tra la rappresentazione formale di un museo o di un albergo, di una scuola o di un ospedale, fatta eccezione, ovviamente, per i rispettivi servizi, contraddistinti solo dalla segnaletica . Ormai è una consuetudine dettata dalla necessità leggere sulle targhe o sulle insegne la natura e la funzione di un edificio pubblico, perché non si è certi di capirlo a prima vista. Sviluppo imponente avranno con ogni probabilità i pittogrammi che sempre di più cresceranno di importanza sino diventare indicatori di valide urbanizzazioni. Avremo quindi per la prima volta nella storia dell’arte la sostituzione del significante (che prima poteva essere una forma di eccelsa bellezza stilistica) con una sterile indicazione nominale. Per adesso accontentiamoci della “palificazione selvaggia”, compiuta non ad opera degli islamici, come nel medioevo (ricordate la scena finale di “Brancaleone alle crociate”?) ma da ben reputati uffici tecnici che in nome della comunicazione ne decidono la necessità e l'ubicazione. Non è un caso che attualmente le strade si sono trasformate in biblioteche dove si legge camminando, in barba alla sicurezza. Molti pali sono distanziati fra di loro in modo da non permettere l'agevole passaggio pedonale; prevedo necessaria, tra le tante strutture che affollano la burocrazia, l'authority del palo, e anche un centro comunale di monitoraggio pali che decida in merito, con tutte le necessarie ricerche e conferenze, o forse un ordine del palo, con regolare registro (che più o meno già esiste in diverse duplicazioni amministrative), compreso un apposito archivio liberamente consultabile dal cittadino, in un luogo, magari una biblioteca specializzata, dove ognuno di noi potrà sentirsi come al palo . Scherzi a parte, quella che manca è la concezione rinascimentale della città (frutto di una colta meditazione dell’antico) che accompagnò lo sviluppo urbano italiano per tanti secoli ed ebbe la sua ultima raffigurazione nelle Piazze d'italia, dove Giorgio De Chirico evidenziava la chiesa, il palazzo comunale e la caserma come simboli dei valori comuni, con un ulteriore simbolo al centro della piazza, che poteva essere una statua o una fontana. Questo schema concettuale ed estetico è stato definito con l’aggettivo ‘metafisico’, che ha avuto fortuna per il suo valore evocativo. ‘Metafisico’ non significa immaginario, perché le piazze effigiate da De Chirico esistevano nella realtà italiana; erano le nuove città disegnate dagli architetti del Novecento e del Razionalismo. Più che metafisica è straniante la sensazione di chi si aggira ancor oggi per il centro di Latina, Sabaudia, ecc, magari nelle ore assolate di una domenica d’agosto. * articolo su Quaderni Radicali Questo scenario italico è ormai archeologia al pari del Foro Romano, anche se, dobbiamo dirlo, è il nostro comune senso percettivo, persistente nelle nostre menti, una ormai precostituita concezione fatta dall'esperienza del vissuto che ritarda l'assimilazione di nuove forme dell'architettura almeno da parte della maggioranza dei potenziali utenti. Una caserma, una banca o un ufficio commerciale sono confondibilissimi fra di loro perché sono fungibili, e non sono più l'emblema della città, una città che fa anche a meno delle piazze, perché, come ho premesso, il percorso della gente non deve essere più spontaneo ma deve essere pianificato da un’ iniziativa ben precisa e convogliato entro aree predeterminate e adeguatamente riallestite che non debbono essere prerogativamente delle piazze o luoghi aperti, ma meglio se spazi polivalenti o allestiti tali. Da qui la spersonalizzazione e il venir meno della simbologia dell'architettura, una valenza importantissima e di grande pregnanza filosofica (se ne occupò anche Hegel) che caratterizzò le nostre città sino ad alcuni decenni fa, finché prevalse l'architettura contemporanea, che propone la forma astratta, avulsa da tutto il possibile contesto, come forma ideale di ogni edificazione. Se l'international style aveva omologato un po’ tutte le città del mondo civile in un unico stile dettato dalla produzione industriale e la concezione del prefabbricato era stata usata quasi a sottolineare l'evidente irriconoscibilità, l’impossibilità voluta di una localizzazione di un manufatto architettonico, il processo estremo della spersonalizzazione non è finito, anzi è ancora in evoluzione. Dove ci porterà? (vorrei cambiare questa domanda o eliminarla) Queste che ho fin ora esposto a molti sembreranno delle ovvietà perché facenti oggi parte del quotidiano vivere di ogni persona; ne consegue invece una serie di problematiche meno ovvie e prevedibili. A che cosa servono le facoltà di architettura? Se nel prossimo futuro avremo sempre più archiscultura che architettura in quanto disciplina di ordini e stili, cosa andiamo ad imparare nelle odierne università? Se l’architetto è visto come ingegnere edile, è indubbiamente meglio essere solamente ingegnere edile, almeno si è più affidabili. E che dire dei corsi di creatività? Poi ti iscrivi all'ordine dei creativi che ti fa fare la perizia d'architettura? Ci sono già i corsi di creatività, forse non lo sapevate? A me ricordano le lezioni di quando ero all' oratorio, dove mi insegnavano il catechismo. La creatività per i preti era cosa divina, mentre dai corsi di cui sopra si esce artisti… Nonostante le mie ribellioni, debbo riconoscere che all’oratorio si faceva uno studio più consono per quel tipo di conoscenze che riguardavano il trascendente, ma che poi questo meccanismo sia riportato ad un eventuale ordine professionale o ad un docente che, in virtù di un concorso statale, giudica se sei Beethoven o Renato Zero, mi suscita qualche perplessità, con tutto il rispetto per quelli che nemmeno saranno all'altezza dello Zero. Non voglio ritornare nel clima delle assemblee universitarie, quando raggiungevano il limite demenziale e ci si chiedeva cosa fare della propria facoltà (la frase tòpica era: “che senso ha…?”); voglio solo sottolineare la mancata specificità della professionalità dell'architetto come costruttore di edifici a discapito di uno sbilanciamento, ormai irreversibile, verso concezioni sociologiche o pseudo tali, che in fin dei conti poco si confà ad un esperto tecnico di strutture. “Decostruzione” è un altro termine di moda che, come “metafisico”, ha suggestionato molti; ma purtroppo evidenzia sempre più una decapitazione dell'architettura, a vantaggio di una visione della città idealmente desiderata sempre più virtuale, includendo nella virtualità anche la falsificazione dei valori fondanti. Seconda conclusione: verso un’ ènfasi sempre più spettacolare . Architettura come spettacolo Proseguiamo con le domande: architettura come spettacolo o lo spettacolo dell'architettura, l' architettura come scenografia o l' architettura come scenografia dello spettacolo? Insomma: la scenografia dello spettacolo inficia l'architettura?. Da un lato il consumismo più spinto (con tutto quello che ne consegue), dall'altro l'artificio esasperato, una scenografia teatrale o filmica dal solo effetto illusorio. Ci sono molti perché. Perché una città deve rispettare uno stile o una tipologia edificatoria. Perché massimamente lo deve fare una civiltà multiculturale e meno quelle che sono rigide per ordinamenti religiosi. Perché lo spettacolo deve essere di un solo tipo o anch'esso multietnico o multiformale. Dove praticare rispetto e tutele e dove anche in presenza di tradizioni, sottometterle al nuovo che avanza. La città-spettacolo dove tutti stanno dentro un gran teatro che fa di ognuno di noi un attore era il concetto di base del Barocco, che ora si ripropone ma senza la pregnanza ideale dello spirito barocco. Non si mettono più al centro della scena gli individui, come con l'Umanesimo o con l'Illuminismo ma, e non a caso, esibizionisti incalliti disposti a cambiare scena continuamente, disposti a tutto pur di essere e rimanere gli artefici di tali spettacoli. Attori di una strana sorta di protagonismo indice del divismo dilagante: fenomenologia degli stereotipi dettati dai media. Come abbiamo visto in precedenza, è l'architettura classica che ha espresso al meglio questo concetto; sono prevalentemente le città antiche e quelle non recenti che si presentano sotto questo profilo. Spettacolo che avviene in diverse modalità e in tutte le sue varie declinazioni, iniziando dagli archetipi sumeri ed egizi sino ad arrivare all'architettura del fascismo. E quando dico al meglio non voglio dare un giudizio sui valori sottesi, ma sui risultati prodotti e sulla sostanziale rispondenza tra forma architettonica dell’abitare e Zeitgeist. Se dell' architettura come spettacolo noi cogliamo l' ènfasi come carattere dominante, possiamo dire che proprio molte opere contemporanee si protendono verso questo genere di rappresentazione pur partendo da presupposti opposti a quello del classicismo. E mirano ad orientare la pubblica opinione e il consenso generale In modo subdolo e subliminale. Invece della scenografia architettonica, come le fughe degli archi o delle colonne, le esedre o le aperture di finestre o porte in prospettiva, vere o in trompe l’oeil, abbiamo il manufatto architettonico che di per sé conta come scenografia di sé stesso, proprio perché implementa l' ènfasi nella sua totale rappresentazione: in altezze sempre più esagerate come nei grattacieli, in ipertecnologia con l’uso di originali e inconsueti materiali o con la vistosa esposizione di tralicci ed aereatori, in impressionanti equilibri statici che danno la vertigine o sembrano sul punto di cadere, in colori sorprendenti ed elementi estetici applicati senza una specifica funzione. A questo punto viene da chiedersi se gli esempi citati sopra sono tutte opere che contribuiscono ad un paesaggio architettonico o inficiano l'architettura. Se non viene rispettato il contesto di insieme dove si inserisce il nuovo progetto ma si accetta, quello che è valido per un manufatto architettonico, viene da chiedersi se è conseguentemente valido per tutti. Viceversa, viene da riflettere sulle valutazioni che fanno di un’ architettura un’ opera non soddisfacente per le aspettative dell'utenza o per i pareri dei critici; a questo punto c’è da chiedersi se questo criterio può essere riportato di pari passo ad altre opere,scelte fatte o mancate che sono i problemi quotidiani degli uffici territoriali del paesaggio architettonico. Potremmo pure accettare che ormai esiste una architettura della discontinuità e quindi tutte queste valutazioni sono ostacoli inutili che bloccano la creatività del progettista. Un fenomeno appare sempre più consistente, è che le città sono come le famiglie numerose, che devono campare con un reddito sempre meno sufficiente; chi lo fornisce -oltre le tasse - sono i consumi legati al turismo, che ormai ha messo in competizione gran parte delle città del mondo, sempre più avide di ingenti capitali. Ciò vale per gli aspetti migliori, come anche per quelli degeneri della città moderna. Sembrerà esagerato, a mio avviso è sempre maggiore la necessità di rifondare molte città antiche, sopratutto quelle italiane. Non ho mai capito la forzata convivenza delle diversità che ostacolano l'andamento quotidiano dello sviluppo necessario ad una civiltà moderna. Eppure chiunque fa una netta distinzione dell'antichità dalla modernità e sa in che consiste la differenza storica, filosofica, economica etc. Propongo quindi piani di sviluppo separato ma armonioso tra realtà differenti, che afferiscono ai diversi periodi di sviluppo dei centri urbani. In una parola, urge tornare dall’urbanizzazione all’urbanistica. Terza conclusione: La civiltà dello spettacolo nega le immagini. Tutti sappiamo che questa è la civiltà delle immagini: cinema, televisione, internet, stampa, etc. etc. ma manca allo stesso tempo una vera concezione iconografica di quello che si vive. In passato si andava nella piazza centrale per vedere l'uomo a cavallo rappresentato in una scultura che altro non era che il modello di solennità massima a cui si poteva aspirare e che quel fortunato condottiero era riuscito ad esprimere per tutti. Quel cavaliere diventava il portamento che tutti assumevano quando si davano l'aria importante. Era quindi un modello, nel bene o nel male. E parimenti il santo locale, la divinità classica, la donna celebre, il grande poeta o l’artista del luogo… Adesso che stranamente siamo bombardati da tonnellate di immagini non riusciamo a definire un modello anche quando siamo seguaci di un gruppo ... Non sapremmo più disegnare la casetta con quella copertura che scende come una ‘v ‘ capovolta sopra un rettangolo, perché di case simili non ce ne saranno più, è già indicativo notarlo nei desegni dei bambini. Allo stesso modo mancheranno modelli di riferimento per ogni settore della vita culturale e associata, perché oggi è così che funzionano la cultura e la società. La civiltà delle immagini non sedimenta la percezione formale dell'individuo, che si perde e si spersonalizza nonostante l’estrema libertà dei comportamenti e l’indifferenza delle scelte esistenziali. Ho detto “nonostante”, ma dovrei dire “ a causa”, perché senza valori e forme consacrati non è possibile una vera rivolta esistenziale del singolo, e quindi non è possibile la libera scelta. Guy Debord, nella "La società dello spettacolo" (1967), mandava alla società un messaggio antagonista, dicendo in sostanza che, se non vi fate bidonare dallo spettacolo manipolatore voluto dai “padroni”, riuscirete a mantenere la coscienza di classe che vi servirà per liberarvi dai borghesi. Tesi attraente, che nel tempo è diventata il paradosso delle amministrazioni progressiste le quali costantemente manovrano le masse verso l'alienazione, (in particolare si vedano le affermazioni di Debord sul tempo libero), e ciò con il beneplacito degli intellettuali nostrani, alcuni dei quali, in spudorata contraddizione con i suddetti principi , si fanno sostenitori e prosecutori ti tale interpretazione, definendosi pubblicamente pure "situazionisti". In pratica, invece di essere i bastonatori di tutte queste iniziative festaiole, non importa se volute dalla pubblica amministrazione o dagli enti locali, ne sono i promotori. A proposito, situazionista vuol dire colui che soddisfa le proprie esigenze senza sublimarsi nell'arte, senza farsi manipolare dalle immagini etc. etc. Per proprie esigenze intende sicuramente l'aumento del salario, la lotta di classe...etc. etc. Se poi si pensa che gran parte dell'attività pubbliche delle amministrazioni di sinistra si reggono su tali iniziative, disprezzate e additate come manipolatorie da Debord ne La società dello spettacolo, traetene da voi stessi le conclusioni. Non ci resta che concludere che tipica dei rivoluzionari è l'incoerenza. Vedi Spin Doctor * Le fantastiche visioni-immaginarie quanto aberranti- della società fornite da Debord fanno parte, oltre che, beninteso, del marxismo storico, di tutto quel contesto culturale ossessivo proprio della società di massa che si rifà a noti pensatori britannici del XX secolo, quali Aldous Huxley , Gerald Heard , Lewis Mumford, Stewart Brand . Ci sarebbe da fare un elenco ben più consistente che ci porterebbe lontani, cito per adesso solo articolo che feci in Q.R. su Apocalittici e integrati. NotaUna mia intuizione però si conferma sempre più valida: si è passati dalla società dello spettacolo allo spettacolo della società, cui contribuiamo con un protagonismo impostoci dall’alto senza peraltro esserne i reali promotori, ma che ci viene posto indosso come un abito costruito sui nostri bisogni, o, peggio ancora, sulle nostra debolezze. Ne conseguono una generale vulnerabilità e una incapacità di reagire alle aggressive insidie del marketig di capitale pivato e non. E’ una sofferenza che sta sotto gli occhi di tutti, che forse abbiamo provato qualche volta sulla nostra persona e che forse è la vera causa del tanto lamentato declino socioeconomico. Non c'è dubbio che una città così organizzata provoca nel cittadino una subalternità tale da viverla come un edulcorato regime. *di Guy Debord è l'autore "La società dello spettacolo" (edito nel lontano 1967), libro di culto, profetico :"Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini". "Lo spettacolo è il capitale ad un tale grado di accumulazione da divenire immagine". "L'alienazione dello spettatore a beneficio dell’oggetto contemplato…si esprime così: più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio" Bisogna dire che Debord usava questa speculazione dialettica in senso delirante per accusare lo stato di essere fautore ed utilizzatore del terrorismo per dare merito e potere alla democrazia borghese. . "La storia del terrorismo è scritta dallo stato. Quindi è educativa". Aberrante era il fatto che poco e niente di tutto questo era rivolto verso gli allora numerosi stati socialisti, mentre grande era lo sforzo per accreditare l'occidente come una formazione di paesi sanguinari e dispotici. Finì per essere perseguito penalmente per incitazione alla violenza, morì suicida. Il minimalismo e le altre correnti che escludono l'énfasi Allo stesso tempo vorrei che sia chiaro il fatto che l'ènfasi non è l'unica tendenza in voga, esistono apprezzatissimi architetti che fortunatamente seguono altre strade molte tra le quali veramente interessanti. Non pretendo di fare tutta la soria dell'architettutra, ma Loos è sicuramente colui che ha combattuto di più l'ènfasi nell'architettura e non solo perchè si è contrapposto alla secessione viennese . Aveva intuito la necessità di produrre per una moltitudine considerevole di persone, quel processo industriale che non permetteva di indugiare in orpelli. I precursori delle correnti moderne, che secondo me iniziano prprio a Vienna, sono state tutte o quasi iniziatrici di una nuova cognizione della forma che poi è sfociata nel minimalismo. Il termine Minimalismo, coniato nel 1965 dal filosofo Richard Wollheim, è la base di pensiero moderna di tale concezione ma si sente dire che pure il Razionalismo è il precursore di questo movimento. Il grande maestro è senza dubbio Adolf Loos il cui concetto "Ornamento è delitto", formulò la tesi che è la nascita dell'architettura moderna, sostenuta da Le Corbusier che ne fece il definitivo successo. Oltre ad Adolf Loos e Le Corbusier altri artisti ne amplieranno la portata: Mies van de Rohe, sua è la frase famosa "meno è più", Walter Gropius, e anche gli appartenenti alla grande scuola del Bauhaus, a cui si potrebbe aggiungere anche Terragni. La riduzione dei mezzi espressivi, la scarna essenzialità, l'abolizione della decorazione e della complicazione formale ha il suo trionfo nella mostra itinerante "Minimal Art" del 1968 che diffonde il pensiero radicale dei minimalisti americani a prestigio internazionale. Spesso è anche un termine o una posizione che si assume in senso traslato tutte le volte che si semplificano le forme o se ne riduce l'impatto, creando parecchi incidenti di percorso. Altro fenomeno relativamente diffuso è l'architettura Zen o ad ispirazione di tale filosofia religiosa, uno strano miscuglio di radicalismo mistico e di percezione essenziale delle forme molto lirico di cui ci sarebbe tanto da dire. Bioarchitettura, costruzioni ecologiche che si impongono scelte a basso impatto ambientale e di riduzione degli sprechi che alle volte coincidono con la ricerca minimalista, offrendo una maggiore efficacia spaziale specie nell' illuminazione naturale degli ambienti. La città dello spettacolo Ne consegue che non ci saranno più città propriamente dette, cioè quelle che abbiamo vissuto sino ad ora. Se appositi organismi ne decideranno volta per volta le attività necessarie e quindi le funzioni, mancherà quello stabile volto urbano che da sempre conosciamo o almeno gran parte di quello che abbiamo vissuto come tale (Inquinamenti vari sino alla sorpresa coca diffusa nell'aria, i continui allarmi e le immanenti catastrofi, isterie, paranoie, schizzofrenie e la città delle emergenze e delle grida ansiose...). Il caso di come viene trattata dalle amministrazioni il fenomeno dell'immigrazione è emblematico, con l'epiteto di razzista si pongono i paletti di strategie volte ad procrastinare ed ad esasperare questo dramma con la valenza di far decadere gli agglomerati urbani in mete di vagabbondaggio. Un neo sciamanesimo che esaspererà il non luogo caratteristico delle strutture urbane, specie di quelle industriali. Avremo l'architettura dei flussi dettata dalle circostanze create. Non più l'architettura del primo mondo, quella "classica", ma l'architettura derivante dalle esplosioni demografiche sistemiche dei paesi che vogliono emergere. Già la recente biennale d'architettura ha trattato in maniera molto approfondita queste problematiche che saranno il corso futuro delle metropoli, specie di quelle del terzo mondo, le cui conoscenze saranno sicuramente molto da ampliare. vedi art. su Q. R. Alcuni dati però sono interessanti da ricordare come ad esempio i principali agglomerati urbani che superano i 15 milioni di abitanti:
Da notare che sono quasi tutte città del Terzo Mondo e le restanti sono mete di immigrazione dagli stessi paesi. Non più il vecchio mondo, come era fino a quaranta anni fa, ma città di altri continenti rinnovate da boom demografici talmente spaventosi che modificheranno gli assetti conoscitivi delle città dell'intero pianeta. Dietro l'esplosione demografica ci sono certe legittimità che fanno gola a paesi che annaspano a star dietro la modernità e che quindi non solo non vogliono rinunciare al raggiungimento di tali traguardi ma ne disputano la vittoria di una gara senza esclusioni di colpi, pena l'inevitabile declino di un paese che non catalizza l'attenzione internazionale. Saranno apertamente in gara su tutto, contributo efficace sarà la spettacolarizzazione dei fenomeni locali, non importa se tragedie o traguardi di successo. L'importante è essere su questa strana cresta dell'onda che vuol dire stare al centro dell'attenzione; di conseguenza la spettacolarizzazione sociale sarà sempre più invasiva e dirompente per tutti e impegnerà sempre di più le istituzioni a ridurci a singoli target. * Provocatoriamente si potrebbe dire, ad esempio, che le indubbie capacità dal punto di vista mediatico degli attori del conflitto Palestinese ha creato un ingente indotto economico, imparagonabile a quello di tanti altri teatri in territoro africano, vittime di analoghi o forse più gravi conflitti. Le fortune di Al Fatah sono investite in numerose banche estere ; poco e niente si dà ad altre emergenze umanitarie, come il Darfour.... implicazioni politiche escluse, beninteso. Architetture determinate da una forte impatto mediatico dei connotati stessi dell'opera. Un’ architettura esposta come immaginazione realizzata. Perciò, a mio parere, diventa sempre più necessaria la ricerca sulla materia che ci viene presentata. Jean Nouvel, noto architetto ascrivibile al decostruzionismo francese, che ha firmato alcune tra le più ardite opere recenti, sostiene che nello stesso spazio si possono costruire cose belle o pessime, e allora l'unica distinzione possibile è nella costruzione stessa: luce, trasparenze, riflessioni, profondità ingannevoli… Così si arriva "…par dérivations successives à une re-création régénération que personne n'aurait imaginé possible. Ce processus de fabrication des villes…permet d'avoir ce "trop", ce superflu qui est indispensable et improgrammable, il provoque du trop, trop grand, trop haut, trop sombre, trop laid, trop raide, de l'imprévu, du radical."1 Con disinvoltura Nouvel esaspera il dualismo artificio/natura pensando di far abitare impiegati o anche turisti in finte colline cavernose. Colpi di genio, inventive e trasformazioni strabilianti, giochi, immagini, illusioni ottiche sono i suoi espedienti stilistici. Non è difficile capire che è indicativa per Jean Nouvel la padronanza di saper esercitare forzature laddove si vuole, preferenza che dà più efficacia al progetto. Anche se fossero tutte invenzioni vere o semplice fatuità, anche se tutto ciò fosse "trop", non è per caso l'ènfasi di cui vi ho fino ad ora, forse eccessivamente, ossessionato? (1) Jean Baudrillard, Jean Nouvel, Les objets singuliers. Architecture et philosophie, éditions Calmann-Lévy, Paris, 2000. Le archistar e alcune delle loro creazioni Purtroppo la patria dell'architettura vanta pochi nomi che contano. Gli italiani che possono competere con i loro omologhi a livello internazionale hanno molte difficoltà. Il fenomeno della subalternità italiana, come già ho detto a proposito dell'ènfasi, è la logica conseguenza di un ritardo storico, dovuto a scelte di privilegio che nel tempo si sono rivelate perdenti. Colpa, questa, tutta nostrana; ma qui si rileva una responsabilità particolare di un ordine professionale (quello degli architetti) impegnatissimo a vigilare sulle iscrizioni all'albo ma poco o nulla interessato a migliorare le condizioni della categoria, argomento, quest'ultimo, che non affronterò per non rendere lo scritto noioso. Si è innescato un processo tale che mette in difficoltà chiunque voglia fare architettura di prestigio, perché, ormai, è difficile costruire conferendo ai manufatti quel valore aggiunto che ho definito nei capitoli precedenti con il nome di énfasi. Forse a qualcuno non piaceranno Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Frank O'Gehry, perchè vorrebbe qualcosa di diverso o perché ritiene di saper fare di meglio. Se con la fantasia o aiutati dal computer chiunque voglia progettare qualcosa su un foglio di carta può farlo, la realizzazione di certe strutture, come quelle imposte dalle tendenze di maggior voga, si rivela molto più difficile. Ecco la vera trappola di quel fenomeno artistico e mondano che è stato definito delle archistar; in barba a vincoli edilizi e paesaggistici, perché solo loro se lo possono permettere, propongono grandi fabbricati costruiti con materiali impensabili e dalla staticità al limite del crollo. Questa è una logica costruttiva che comporta la disponibilità di imprese e tecnologie non facili da ingaggiare, creando così uno spartiacque fra i pochi che possono costruirle e il resto, cioè escludendo la stragrande maggioranza degli architetti. Se hai la possibilità di mobilitare un certo "consenso tecnologico”, disegna pure la linea più incredibile del mondo, crea quanto vuoi senza nessun problema, altrimenti frena e fai la casetta con il tetto a capriata, possibilmente nemmeno tanto alta. (le gru alte più di 20 metri chi te le rimedia?). Questa situazione pone in evidenza il fatto drammatico che a tanta estrosità di linee, forme e colori, propria degli architetti di importanza internazionale, corrisponda l’ altra faccia della medaglia, una realtà urbana di una nauseante monotonia, fatta di fabbricati tutti uguali che non hanno la benché minima personalità. Problema già evidenziato dalle ripercussioni negative dell’ l'International style e con l'altro problema -ben più grave- che l'industrializzazione delle costruzioni comporta una serie di parametri, cioè gli standard industriali entro i quali può svilupparsi l' edilizia comune. Oltre questi standard tutto diventa difficoltoso e costosissimo: la questione andrebbe approfondita per essere spiegata a chi non è del mestiere, ma chi ha pratica di cantiere ha già capito di che cosa si tratta. Altro argomento problematico sono gli architetti italiani. Dal dopoguerra in poi sono diventati tutti antifascisti, cosa giustissima nel senso politico ma, per un’ acquisita radicalizzazione comportamentale e di scelte, il fenomeno è diventato strano. Cerco di spiegare meglio anche se in poche parole, perché non voglio aprire quì un argomento complesso se non gigantesco. Dal dopoguerra in poi tutti gli architetti nazionali di rilievo, le vecchie "archistar" nostrane, si sono trasformati in urbanisti. Chi faceva la "casetta" era un incapace (e tutto ciò in contemporanea al fenomeno dei palazzinari...ma lasciamo perdere!). La loro visione nasceva dalla gestione del territorio: non a caso Vittorio Gregotti intitolava un suo libro del 1966 Il territorio dell'architettura. Mi ricordo che di colpo, specie negli anni '70, cambiarono pure le targhette all'ingresso degli studi, tutte aggiunsero la scritta che denotava l’esplicito indirizzo professionale di "urbanista". Questo indirizzo causò un vuoto di linea architettonica a malapena recuperato con il Postmodern. Sembra solo un cavillo linguistico, ma io invece penso che creò più danni di quanto si poteva immaginare. Il fenomeno fu più incisivo e grave perché gli architetti, oltre a spogliarsi di quella cultura che era la loro prerogativa per eccellenza, iniziarono ad appiattire e ridurre tutti i connotati che davano forza all'aspetto di un fabbricato, rendendolo debole e privo di personalità. Tutti presi dall'edilizia popolare e dall'impegno sociale, si guardavano bene dal farsi trovare dai critici con un bel disegno fra le mani, come se ciò costituisse flagranza di reato. Era bandito chi faceva un discorso estetico o chi proponesse rilievo alla forma in funzione di un progetto. La facciata di un edificio iniziò a perdere valore, e in breve tempo l'ulteriore industrializzazione degli elementi costruttivi, l’ International Style e i prefabbricati fecero il resto. Se poi pensiamo che la stragrande maggioranza dei migliori professionisti architetti che contavano venne inglobata nelle amministrazioni locali con incarichi vari e pure con qualche cattedra nelle università ( stranamente in crescita in tutto il Bel Paese) un sospetto di qualche ripercussione sulla resa complessiva delle loro capacità professionali potrebbe essere lecito. Venne fuori una leva di tecnici bravi, ma ignari della presentabilità estetica di un fabbricato; contava la pianta, l'inserimento nel contesto urbano, ecc. Era sufficiente al massimo un prospetto, ma già molti, per esempio, non ritenevano più opportuno realizzare le prospettive, erano da molti considerate superflue. Immancabilmente così è finita: paludati professorini, ingabbiati nelle amministrazioni come normali dipendenti con il miraggio dello stipendio, persero nel tempo il ruolo e la personalità forte che differentemente all'estero i loro colleghi coltivavano. (Parlo ovviamente del comportamento generale, non di tutti gli architetti italiani). Purtroppo il retroterra che adesso abbiamo è solo questo: non è un caso che le uniche archistar italiane ampiamente riconosciute all'estero (vedi Renzo Piano e Massimiliano Fuxas ) hanno gli studi all’estero e lavorano fuori dall'Italia, hanno partner stranieri o hanno nomi stranieri (come il fiorentino David Fisher, autore della Rotating Tower a Dubai) e indirizzano il loro lavoro verso commesse internazionali. L'appello lanciato qualche anno or sono da Vittorio Gregotti (classe 1927) seguito da Paolo Portoghesi (classe 1931), Guido Canella (classe 1931), Ettore Sottsass (classe 1917), Antonio Monestiroli (classe 1940) si spiega da sé e non solo per le generazioni che rappresentano. Non sono stati capaci di traghettare nella modernità uno strano Paese, dove non si fanno concorsi internazionali perché mancano sempre i fondi per i grandi progetti, ma che ha tantissimi soldi per gli eventi, le feste e gli sprechi e, sorprendentemente, non smette mai di investirli in tale direzione. L'architettura del declino Inserisco un ironico articolo del sottoscritto apparso su Quaderni Radicali, dove prendo a pretesto una fortunata opera, interessante e di per se ben riuscita, per evidenziareare un grave problema che subiscono gli architetti italiani, in questo caso si parla non di personaggi sconosciuti, del tipo alle luci Michele de Lucchi e così via.....continuando così avremo un DJ Fuxsas e via discorrendo. Non è una scoperta che le commesse importanti nascono da finanze consistenti e ben gestite. Purtroppo un paese strangolato dal debito pubblico ha ben poco da esprimere nell'architettura . Palazzo delle Esposizioni, la Serra di Paolo Desideri. Il prestigioso Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale a Roma, è stato finalmente inaugurato, dopo la ristrutturazione iniziata nel 2003, secondo la formula dell’appalto integrato. Il progetto definitivo è dell’architetto Firouz Galdo, mentre il progetto esecutivo è stato realizzato dall’architetto Paolo Desideri, che è anche il progettista della Serra, spazio di 2000 metri quadrati complessivi. Il famoso architetto Michele De Lucchi, direttore artistico del progetto, ha elaborato anche il progetto dell’illuminazione, degli arredi e della segnaletica, il consolidamento delle strutture statiche dell’edificio è stato realizzato dall’architetto Paolo Rocchi. I lavori di ristrutturazione e di consolidamento sono costati complessivamente 28 milioni di euro. La parte più interessante del sito è ovviamente la Serra, che copre due livelli indipendenti ma tra loro collegati, di complessivi 2000 metri quadrati , comprendenti un ristorante per 250 persone ricavato ex novo e nuovi spazi destinati anche ad eventi e mostre che ci si affretterà a fare per stemperare eventuali polemiche ed illazioni sul business in corso d’opera. L'idea della Serra non è nuova, anzi: lo stesso Pio Piacentini, che a suo tempo realizzò l'edificio, l' aveva inserita ma poi smontata per problemi di inefficienza o inagibilità . La struttura ha le superfici organizzate come segue:zona cucine e ristorazione con una superficie di 200 metri quadrati, 320 metri quadrati utili, ai quali si aggiungono 80 metri quadrati di terrazza all'aperto interamente adibita a ristorante per il primo livello, 170 metri quadrati di superficie coperta più 110 metri quadrati di terrazza all'aperto che è adibito a Terrazza-Bar per il secondo livello. La spartizione degli ambienti è resa piacevole dalle enormi vetrate che offrono una visibilità molteplice, spaziosa e ariosa. Non ho nulla da ridire sulla Serra che mi sembra opera lodevole, invece mi sembra che il complesso espositivo sia troppo sbilanciato a favore della ristorazione, quando invece si ha difficoltà nei percorsi interni e nella chiarezza delle dislocazioni delle sale. Ad esempio, raggiungere il ristorante per chi entra dall'entrata principale su via Nazionale comporta l'impegno di andare nella parte posteriore per prendere l'ascensore ed accedere al terrazzo; lo stesso vale per i visitatori che sono al primo piano e devono scendere al piano terra e poi risalire perché non c’è accesso diretto al terrazzo. Forse al momento dell’inaugurazione non erano attive scale mobili o altro, ma ho avuto l'impressione che l'opera di Desideri fosse come attaccata al palazzo preesistente. Gli ambienti non sono facilmente modulabili. Nel caso dell'inaugurazione, porre le opere di due artisti al piano terra, anche se fortunatamente distinguibili, ma senza spazi filtro che offrano una separazione inequivocabile dei due artisti, crea quella spiacevole confusione che dà meno risalto alle opere esposte. Ad esempio, girando per le sale passi da Mark Rothko a Mario Ceroli e viceversa di seguito come se fosse la stessa mostra, perché le scritte laterali non sono sufficienti ad identificare gli spazi. Il percorso al piano superiore è confuso, ti fai il giro dell'anello con l'affaccio al piano interno sottostante facilmente e gradevolmente, ma rischi di perderti una delle sale espositive circostanti se non ti informi bene. Al momento la ristrutturazione del Palazzo delle Esposizioni sembra che offra un megaristorante per i romani della zona, ma non ne posso dare un giudizio definitivo, perché devono ancora aprirsi i locali al piano terra, su via Milano, e al piano sottostante, più tre sale, Cinema, Auditorium e Forum. Quando saranno aperte tutte le attività commerciali, la caffetteria e gli spazi educativi, si potrà veramente giudicare. Volendo far polemiche, direi che ciò sembra fatto in barba a tutti quei ristoratori della zona che, non potendo ricevere finanziamenti statali di così imponente quantità per la cultura, faranno arte con solo qualche quadretto appeso alle pareti dei loro locali, svuotati e immiseriti dalla vicinanza al palazzo. (Argomento vecchio, perché anche in passato i ristoratori della zona si ribellarono contro il precedente ristorante). Al momento c'è una sproporzione del complesso architettonico a vantaggio del ristorante che, per sua natura, non può essere preso a riferimento di un luogo espositivo. Per quanto possa essere adibito ad eventi o mostre, e se si mettesse un artista come Rothko fra i tavolini del ristorante con un allestimento apposito, il risultato sarebbe comunque un controsenso rispetto al ruolo di polo culturale che il Palazzo intende rappresentare. Oltretutto chi passa per via Nazionale oppure per via Milano non vede la Serra, che in pratica è il gingillo del Palazzo, ma deve girarci intorno e andare sul retro, nella parte opposta all'entrata principale, che dà in una delle strade più anonime e meno significative del centro storico, e solo da lì potrà ammirare l'efficacia del lavoro di Desideri, come se la sua perizia professionale fosse da nascondere. Esulando dalle specifiche tecniche del progetto, senza togliere nulla ai dovuti meriti degli architetti che vi hanno lavorato, vorrei fare alcune considerazioni che vanno verso una storicizzazione delle realizzazioni in corso che chiamerei del declino nazionale. Parola grossa, me ne rendo conto, che sta ad indicare la mancata capacità che attualmente abbiamo in Italia nell'affrontare grandi progetti pur disponendo delle risorse umane necessarie. Provocatoriamente potrei dire che, se Desideri fosse nato in Spagna e se avesse realizzato un’ opera non nella capitale ma in una piccola città come Valencia, avrebbe fatto un edificio come quello che ha creato Calatrava, Palazzo delle Arti (visibile nella foto), ovviamente a parte le differenze di stili e generi architettonici. Parlo della Spagna che fino a pochi anni fa era tutta arretrata come il nostro Sud Italia. Valencia a tutt'oggi è di 807.396 abitanti (dato del 2006), circa tanti quanto Torino, che ne ha 862.000. Ora, se nella metropoli di Roma fanno così enfaticamente un’ opera come la serra, per una città come Torino, l'equivalente di Valencia, dovrebbero inventare qualcosa di più piccolo.....forse un chiosco? Parigi e Bilbao La Tour Eiffel, il Beaubourg e la piramide del Grand Louvre sono i simboli di Parigi moderna. Nessuno può smentire che lo siano, eppure Parigi non ha mai avuto nessun bisogno di una torre e di un museo d'arte moderna nel centro storico; anzi, forse si poteva realizzare una forma che non richiamasse il mitico Egitto per il Louvre, emblema della tradizionale cultura francese. Apparentemente queste strutture sono inutili e forse anche dannose in rapporto al contesto dei luoghi dove sono state costruite, eppure non hanno fatto altro che aumentare le affluenze turistiche, persino per il Louvre che richiama già tanto di per sé. Proprio quest'ultima opera, progettata dall'architetto giapponese Ieoh Ming Pei, è l'intervento architettonico più discusso che ha avuto Parigi. I lavori di riqualificazione e ampliamento del più celebre museo del mondo sono stati costantemente al centro delle cronache quotidiane e dei dibattiti culturali in Francia e in gran parte del mondo. Inaugurata dal presidente della Repubblica Mitterand nel marzo 1989, in occasione dei festeggiamenti per il Bicentenario della Rivoluzione Francese (un altro mito culturale intramontabile) ha rinnovato le foto di repertorio del prestigioso museo, ormai costantemente su tutti i rotocalchi e filmati del mondo. Fenomeno che ha fatto risorgere l'importanza di un museo che era già un’ immagine forte e una delle mete turistiche più frequentate al mondo. Esempio opposto è Bilbao, famosa perché il suo popolo parla un dialetto incomprensibile a tutti che considera un idioma a sé, non solo diverso dallo spagnolo, ma motivo identitario per cui pretendono l'autonomia dei paesi baschi. Una diversità sentita come un prestigio irrinunciabile li rendeva soddisfatti e gelosi del loro isolamento. Di conseguenza la regione era rimasta quasi indenne dalle grandi affluenze turistiche. Eppure è bastato un museo dalle forme insolite -e per qualcuno persino bizzarre- per farlo diventare una delle tappe obbligatorie di chi va in Spagna. Il Guggenheim di Frank O'Gerhy è diventato il logo della città di Bilbao, ha conquistato il cuore degli abitanti. Nessuno si ricorda della piccola città basca orgogliosa di essere un antico villaggio di pescatori, radicata nella propria tradizione e schiva di ogni globalizzazione. Quasi per gioco è passata dal vanto radicale delle tradizioni alla competitività internazionale imperniata sulla modernizzazione urbanistica più avveniristica che ci sia, al punto che ci capita di vederla come contesto scenografico nella pubblicità dei nuovi telefonini e apparati high-tech, cioè di tutto quello che è tecnologicamente più avanzato. Non è incredibile? Emulare Bilbao a Cagliari con Zaha Hadid. La nota architetto irachena naturalizzata inglese pare voglia contendere il primato a chiunque possa o voglia fare realizzazioni più ardite di lei nell’intento di stabilire la “superiorità dell’architettura nella produzione di spazio” . (Cito dalle sue parole). Sempre alla ricerca della linea più libera possibile e con convergenze di pareti molto spigolose, la troviamo, con le sue opere, in quasi tutte le più importanti capitali del mondo. Capirla è impegnativo anche se molto semplici sono i suoi presupposti. “Perché attenersi all’angolo di novanta gradi, quando ce ne sono disponibili altri trecentocinquantanove?”. Sono sempre sue testuali parole, sbagliate , perchè disponibili ne rimangono 270. Passiamo ora al Museo regionale dell'arte nuragica e dell'arte contemporanea del Mediterraneo da costruirsi nell'area portuale del Comune di Cagliari o sul mare in zona limitrofa a quella portuale. L'investimento previsto dell'opera da realizzare è stimato in 40.000.000,00 euro. Chiaro tentativo di emulare Bilbao con un manufatto insolito dagli sviluppi volumetrici molto pronunciati, che sembra molto interessante. Aspettiamo la sua realizzazione per giudicare quest’ultima fase stilistica della Hadid, anche se l'opera che secondo me la consacrerà nell'Olimpo degli architetti sarà piuttosto il MAXXI di Roma, ma sicuramente non dal punto di vista funzionale (perchè ha la sfortuna di trovarsi in una città dove non deve funzionare niente) ma perchè resterà uno tra i monumenti più intriganti che la capitale italiana abbia avuto di recente. Premesso che l' ultimazione avvenga tra qualche anno, interessanti saranno le pareti lisce senza intonaco, che creeranno un contrasto di solidità rispetto alle coperture trasparenti, che costituiranno uno snodo di "canali " espositivi che poi si "scioglieranno" in contorsioni informi. Altro tipico esempio di contenitore artistico che espone se stesso prima delle opere a cui è preposto. Ma questa è la moda del momento, e Zaha Hadid ne è la musa. Nexus World Fukuoka, capitale dell'isola di Kyushu (Okinawa), a più di mille chilometri a sud-ovest di Tokyo, è l'ottava città più popolata del Paese, monumento al prospero periodo della "bolla" nipponica. Come fuochi d'artificio ti appaiono: la banca progettata dal mostro sacro dell'architettura giapponese Kazuo Shinohara, il Sea Hawk Hotel di Cesar Pelli, e il centro commerciale Canal City , opera dello "specialista dello shopping mall" Jon Jerde . A Kashi district, ex quartiere periferico dismesso sorge Nexus World, dove una cartina posizionata in un angolo indica il nome dell'autore del progetto di ciascun edificio . Chi sono ? Very Important Architect che hanno fatto di un quartiere periferico della città la sfida di creare un nuovo stile abitativo in Giappone: Steven Holl, Rem Koolhaas, Oscar Tusquets Blanca, Mark Mack, Steven Holl, Christian de Portzamparc e Osamu Ishiuyama. Una Hall of Fame, il Gotha dell’architettura mondiale contemporanea con la supervisione di Arata Isozaki, per creare un nuovo "urban lifestyle": case-rettili, abitazioni-astronavi, case-impalcature e case-installazioni . Per soddisfare desideri di scoperte dei tesori metropolitani c'è l' Acros Building, progettato dall'argentino-americano Emilio Ambasz, con i giardini terrazzati che, dal fianco del grattacielo, si riversano a cascata sul parco vicino, con serre seminterrate e coperture a vetro di Toyo Ito, come quelle che si trovano nell'altra parte della città a Island City, un'isola artificiale costruita nella zona orientale della baia di Hakata, con ampi spazi verdi e abitativi e modernissime strutture per il business. Così gruppi di turisti appassionati di architettura e design vanno alla ricerca affannosa di qualcosa di cui hanno letto o sentito altrove, per poter dire di aver partecipato all’innovazione e all’emozione, cioè per stare, pure loro, al passo con i tempi. Una città- galleria che supera sfacciatamente le titubanze di chi ha paura di trasformare in città-museo una metropoli millenaria, se solo interviene in un quartiere o una limitata area per riqualificarla e renderla meno invivibile. Una bella lezione di stile (e di coraggio). Las Vegas, Disneyland, Dubai ..... Mi preoccupo di parlare di città dal volto completamente nuovo appartenenti alla tipologia citata nel titolo, perché si punta molto, specie in Italia, sul turismo per le città d'arte, come se bastasse avere delle antichità e delle meraviglie da proporre, quando invece è importante per un paese come il nostro non rimanere seduti sull'esistente, per non penalizzare le potenzialità innovative dei creativi italiani e delle tante aziende tecnologiche di gran livello, compresi i desideri delle moltitudini di possibili visitatori che non sono e devono essere solo antiquari. Quando mi accingevo a fare i primi progetti mi dicevano:” Se devi ideare la piscina di un pianista non farla a forma di pianoforte...” Rigidità di un tempo che attualmente non hanno più senso! Come è stato rifondato il comunismo (cosa ardua ma seria), adesso forse sarà necessario rifondare il kitsch* (cosa di gran lunga più ardua e dagli esiti incerti) magari sostituendo questo termine con uno più suadente, più avvincente e coinvolgente, capace di indicare le tendenze da seguire; e così facendo, ci accingiamo ad entrare nel vivo delle blasfemie ormai irrinunciabili. Come già premesso, nessun illustre teorico dell'architettura fino a poco tempo fa avrebbe proposto a modello una città come Las Vegas; ma quante Las Vegas o presunte tali riconosciamo o notiamo in certi angoli delle nostre città? Il fenomeno consumistico è tale che questo tipo di processo urbano -caratteristico della famosa città americana- si è ormai esteso in tutto il mondo e si estenderà sempre di più.* Ricordate una tra le architetture mito delle Olimpiadi di Roma negli anni '60, il Palazzo dello sport, gioiello architettonico dalle ardite strutture ingegneristiche in cemento armato creato dal grande Luigi Nerv? Ora, non a caso, ospita la Lottomatica, ci si gioca. E che fine hanno fatto i vecchi teatri e le sale cinematografiche romane ormai in disuso? Sono piene di incalliti giocatori, moti dei quali extracomunitari, filippini in testa. E molte sono pregevoli esempi di architettura del Novecento. Non è un mistero che l'attrazione è il motore delle nostre attività professionali e realizzative. Diceva Mick Jagger dei Rolling Stones che andava ad ammirare le ballerine del Moulin Rouge per studiarne l'attrattiva; non è decoroso includere in discorsi di architettura tematiche come il Pop e il porno ma, se si vogliono seguire i fenomeni di massa, bisogna ammettere che in fondo è così che molti la pensano; sono meccanismi ai quali si devono movimenti di capitali enormi che fruttano più di tante iniziative considerate molto più serie e importanti. Parigi come gran parte delle capitali* europee ne sa qualcosa, ma bisogne dire che in questi casi si parla di adattamenti di aree urbane, non di fondazioni con simili intenti. Questi flussi non sfuggono alle speculazioni rapaci insite in ogni città; pensiamo a Londra per i concerti rock, a Broadway per i musical, a Vienna per la Ruota del Pater, etc etc. Ogni città si attrezza per lo spettacolo, con il contorno di shopping, congressi e fiere, e qui nessuna vuole essere seconda alle altre. Un congresso o una fiera in un luogo che ti offre lo svago come plusvalore ha più probabilità di successo di altre fatte in centri noiosi e indesiderabili.Così pure diventa la città più importante e di successo quella che ti propone più congressi, fiere e svago di ogni altra al mondo. Il consumismo è un fenomeno innaturale e si accompagna bene con scenari appositamente costruiti; ne consegue una cultura dell' ènfatizzazione che non avrà mai fine, specie se si accetteranno con sempre più convinzione istallazioni scenografiche. Anzi, possiamo dire che meno presente è il vincolo naturale, più è libera la fantasia di realizzare scenari incredibili. A Las Vegas, lo xeriscaping ("giardini" di pietrisco bianco, ciottoli e rocce abbinati a qualche pianta di aloe e cactus), è il criterio adottato per far rinunciare l'utente al più tradizionale prato all'inglese, stando almeno ai gusti americani. Ma questo è anche il processo da adottare per la nuova architettura: una conversione al diverso come introduzione ad una nuova concezione dell' abitare. Saranno i guru, i nuovi sacerdoti del lifestyle, coadiuvati da abili spin doctor, a dirci come vivere, e a condizionare lo scenario abitativo e urbanistico del futuro. Non sarà quindi l'estetica, ma il modus vivendi, a decidere la forma degli spazi e degli oggetti. Las Vegas è la sintesi storica dell'ènfasi: vi troviamo la piramide di Cheope, le cariatidi dell'arco di Costantino, Venezia nella rappresentazione monumentale, la Tour Eiffel, etc. etc. Ma il bello è che tutto quello di cui ho trattato nel capitolo precedente lo troviamo "cartellonisticamente" rappresentato come si fa con un menù in un ristorante... Come dire: “abbiamo preparato questa architettura per voi , gustatevela pure!” Ditemi voi che cosa c'è di più spettacolare.* Due parole su Las Vegas in nota... Una simile affermazione della scenografia ha molto del barocco, anche se rivisto e corretto in altri termini; siamo certo in presenza di una concezione teatrale, che creerà fraintendimenti a catena, che altro non saranno che successo creato dallo scandalo. Da qui un’ ipotesi di “cultura dell'istallazione”, che definirei una concezione dell'effimero atta a privileggiare gli aspetti formali... (vedere apposito capitolo) *In questa parte potremmo trattare le provocazioni pubblicitarie usate dal fotografo Oliviero Toscani, molto simili per affinità di linguaggio a quello che molti architetti tentano di ottenere con le loro creazioni. Mi si dirà che non è la stessa cosa, ovvio, bisogna riconoscere però che l'effetto veicolante è identico. In fondo Bin Laden non ha ricalcato tali stilemi? A ragione il suo attentato alle Torri Gemelle fu ritenuto un capolavoro; io dico che è stato il più grande architetto –decostruzionista- degli ultimi decenni. Non voglio dilungarmi ironizzando su questi argomenti drammatici, ma tattica e strategia sono parte integrante di un progetto. Altra questione: si è architetti solo nel costruito? Non c'è qualche scelta da fare su tanta edilizia che occupa spazio in maniera indecente e insignificante e deturpante? Ci sarebbe molto da dire specie riguardo all'Italia, patria dei più famosi architetti, che ora pare sia diventata il luogo dove si conservano tutti gli orrori e gli errori, specie per colpa di certe amministrazioni che contro il degrado fanno ben poco. Stanislaus von Moos intitolò Nicht Disneyland uno tra i più famosi suoi libri, quando era stato pubblicato nell'intenzione di tutti era l'impegno esplicito di non fare falsità come Disneyland . Era edificante il valore culturale alto e colto della città, anche se poi quello che effettivamente avvenne fu proprio quello che si voleva scongiurare. Paradossalmente può essere preso come il manuale di quello che non si dovrà più fare. http://www.mondodisneyland.com/disneylandpark/fantasyland.htm Mi chiedo se quando Walt Disney nel 1956 creò in California la prima Disneyland non gettò le fondamenta per una nuova concezione urbanistica e architettonica. Di fatto lì, in quel giocoso villaggio costruito in California, abbiamo il manuale d'architettura tangibile e vivibile su cui rifarsi per ben costruire il falso. In quel mondo di cartongesso ti accorgi che tutto è inverosimile quanto piacevole, artificiale a tal punto che ti diverte esserci in mezzo, e ci stai con un animo leggero perché sai che non c'è niente di serio in luoghi che hanno la sola finalità dell'allegria. Tutto quello di cui tecnici, amministratori, politici si vantano di aver fatto nelle più importanti città contemporanee è lì, per la gioia ben più innocente dei bambini californiani e dei turisti. Con altri nomi abbiamo la città della musica, la città dei ragazzi ( Magic Kingdom), quella dello sport (Adventureland) etc. Nomi a noi resi familiari dalle “nuove” proposte che si sono fatte per la capitale italiana. Un’ "urbanizzazione" o un allestimento urbano definito dagli architetti della Walt Disney con il nome di Fantasyland si può dire esprima una concezione che racchiude in sé nella sua ingenua modestia commerciale tutte le spinte attuali di molte capitali contemporanee partorite da grandi e strapagati intellettuali. M vi dirò di più: a Disneyland riescono a farti fare una passeggiata nel tempo, dalla pittoresca cittadina americana del primo Novecento a quella del futuro posta in ambienti spaziali; pensate che scenari del genere mancheranno nelle nuove proposte urbane? I parchi Disney fiabeschi pensati per i bambini spiegano bene come il meccanismo visionario è stimolabile nello spettatore, nel bene con racconti famosi (Peter Pan, Pinocchio, le storie di Lancillotto ecc.) o nel male (con il drago, i pirati, la strega di Biancaneve). In altri termini non potremmo ipotizzare paralleli con una città contemporanea, specie se pensiamo a certe costruzioni provocatorie o di rottura che giocano il ruolo del male rispetto a delle preesistenze più nobili? Altrettanto dicasi per gli hotels: dal Sequoia Lodge per gli amanti della natura al Cheyenne per gli animalisti. Avrai l'opportunità di calarti in realtà suggestive e mangiare anche “a tema” come nella pizzeria Bella Notte.controllare Un mondo favoloso di sogni dolcissimi che non mancheranno di insediarsi in molte delle nostre città, dove l'atmosfera si farà sempre più magica. L'urbanistica del messaggio crea una città che non comunica per poter funzionare (magari pure con scritte, segni e pittografie) bensì una città che funziona per comunicare. Libeskind :“Quando l’architettura neutralizza i problemi, quando si concentra sui numeri e sul buon gusto, cessa di trasmettere la verità”. Aggiungerei un altro concetto che non fa trasmettere la verità, ad esempio l'apparente soddisfazione di istinti come il divertimento che spesso rivela insidie e fa dell'ottenuta malleabilità dell'utente una risorsa di pianificazione economica.. °kitsch, come intenderlo per l'avvenire o come escluderlo dai criteri di giudizio. Se per kitsch si intende qualcosa che è repellente e basta, allora è veramente kitch o trash, nel senso spregiativo del termine ed è inutile. Se per kitch si intende quel meccanismo di richiamo, quella provocazione o quella trappola persuasiva che ti permette di attirare curiosità e attenzione, allora è cosa ben diversa ed è persino molto utile. Forzando i termini ed esasperando i concetti, potremmo dire che c'è il kitsch utile e quello inutile, la tendenza attuale è che da utilità simili si costruisce il futuro successo di molte città e non solo. Tutto questo, ovviamente, è indipendente o addirittura sostitutivo della piacevolezza estetica, a vantaggio della forza del messaggio . Espressione che è l'assimilazione di una manifestazione avversa, addirittura violenta o aggressiva, atta a sactenare contrarietà nell'utente, è l'effetto desiderato, la giusta senzazione a chi è indirizzata o ad essa esposto. Kitsch come raggiro dell'incoscio equilibrato istinto e dei fondamenti culturali per discernere l'improbabile desiderio. Non vorrei misurarmi con quanto è stato scritto su questo argomento inquanto esiste una vastissima letteratura in merito affrontata da illustri personaggi della cultura anche se anche in questo caso varrebbe la pena di sviluppare, sia nel significato estetico che in quello sociologico, prprio perchè parliamo di abitati e conseguentemente di abitanti. Basta addentrasi negli argomenti che suscitano domande come queste: kitsch, è un eccesso di ornamento? Una involontaria parodia di stili passati? C’entra il post modern? Nelle nostre città senza bambini, bambini invecchiati giocheranno a fare i cittadini, di che spettacolo? Trash non è anche arte?....... e non se ne esce più . L'effetto dello stupore a sostituzione della necessaria struttura urbana. Lo stupore destato da qualcosa di grande “fa città”; i grattacieli sono la componente vitale di tale concezione, e non sfuggono nemmeno alle ambizioni dei paesi dalle economie disastrate e bancarottiere tanto a cuore degli ecumenisti. Se attualmente in molte città si è superata abbondantemente la soglia dei 400 metri di altezza per edificio, non è un caso o semplice evoluzione tecnica, ma c'è dietro l'intenzione precisa di superare in altezza edificatoria altre metropoli, siano esse ubicate nello stesso stato, in stati confinanti, o in tutto il pianeta. Un processo inarrestabile, che ormai è difficile bloccare; in verità si direbbe che negli obbiettivi dell'attentato dell'11 settembre ci fosse anche questo, cioè umiliare lo slancio verticale delle costruzioni del Primo Mondo. Paradossalmente a distanza di qualche anno sembra che l’orgoglio della verticalità sia stato come incentivato proprio nelle aree del Terzo Mondo che non si sentono minacciate per il fatto di essere filo occidentali, come Cina, Malaysia, Emirati Arabi etc. (art Q. R. ) Ormai esistono molti gruppi finanziari che intervengono su larga scala, come in passato le famose multinazionali svizzere, che operavano in insospettate zone del mondo, creando dal nulla villaggi turistici. Si diceva che ciò era dovuto alla necessaria movimentazione di enormi giacenze di fondi nelle loro ricche banche (anche per ripulire denaro “sporco”). Tale fenomeno è ormai più consueto e la fusione di banche, di multinazionali e di capitali di molteplici provenienze ha accresciuto la tendenza ad investire in nuove città e in megavillaggi turistici. La vecchia concezione della società di massa, unita alla crescente esplosione demografica, fa sì che questi processi –autoalimentandosi- saranno sempre più decisivi per gli orientamenti economici, politici e culturali. La subalternità degli operatori a questo andamento generale non solo è scontata, ma farà sì che conteranno di più coloro che sapranno sempre più incentivarla. Un attivismo sociale ben conosciuto da chi ha praticato quello politico, e che indubbiamente in questo "nuovo" ruolo si sente avvantaggiato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma non è tutto: se si pensa che il fenomeno è coadiuvato da una spettacolarità politica sempre più travolgente, che può mettere in campo valori aggiunti quali la creatività dirigenziale di un Arnold Alois Schwarzenegger o di un Nicolas Sarkozy, che non deve stupire di meno di quella di un Gordon Brown o di un Barack Obama; chi saprà fare meglio teatro avrà potere; chi meno verrà escluso o addirittura dimenticato. Politica che per la sua spregiudicatezza, oltre che causare un semplice distacco delle masse dalla politica attiva, incuterà loro sempre maggior paura. Altro esempio: una decisione del governo trasforma una piccola città nel deserto, Dubaj, in grande centro di servizi e turismo per tutto il mondo. Un’ operazione corroborata da massicci investimenti che hanno creato un indotto per un boom immobiliare senza precedenti, forse paragonabile a qualche esempio in Cina. Il programma iniziò con un aeroporto impressionante per l'epoca, che tutti definirono tipico di un posto non si sapeva come spendere i petrodollari. Dagli anni ‘ 80 circa, e poi successivamente, iniziò uno sviluppo sempre più imponente che ha portato a quella megarealizzazione di cui ora tutti parlano sbalorditi. Molti invece danno come data di inizio un anno molto più recente, il 2002, collocando nel 2004 - 2006 il vero e proprio boom che ora noi tutti conosciamo. Il deserto offre le possibilità di operare senza limiti, anche se dovremmo approfondire la questione della coesistenza col nuovo del vecchio centro storico. Costruzioni tese a sbalordire per vastità e altezza fanno di spazi dedicati al commercio ed ai servizi turistici uno spettacolo nel quale ogni edificio recita un ruolo architettonico di grande effetto, un aspetto teatrale rapportato ad un unico scenario che si moltiplica in dialoghi stridenti quanto autorevoli, una trama che libera argomenti coinvolgenti per un impatto visivo travolgente, al quale è impossibile sottrarsi; in una parola, l'esatto contrario di quanto si fa -o si dovrebbe fare- da noi per la salvaguardia e la tutela del paesaggio. Gli insediamenti abitativi e gli uffici di rappresentanza gareggiando in sfarzo si contendono il dominio di immagine della città. Qui si trova un' altra chiave estetica da me trattata in precedenza: il logo architettonico. Dubai è forse leggibile come una vetrina ben fornita di interessanti loghi architettonici da approfondire per ulteriori studi. Dal punto di vista turistico la zona forse più bella è quella di Jumeirah, della famiglia Al Maktum, che ha creato quattro tra gli alberghi più belli, tra cui, la celebre Burj al-Arab (torre araba) divenuta l'icona di Dubai nel mondo. Burj al-Arab è forse uno tra i più interessanti esempi di iper-albergo (al quale si danno sette stelle, quando il massimo riconosciuto è cinque); con la sua forma a vela di un ipotetico panfilo simboleggia una serie di messaggi, alcuni forse subliminali, dai molteplici significati. La vela protesa verso il mare lascia intendere qualcosa che ha a che vedere con una onirica liberazione, un viaggio verso una meta fantastica, vissuta in un principesco edificio-vascello riccamente costruito in terraferma, forma che sottolinea inequivocabilmente la ricchezza degli avventori che hanno ormeggiato nel porto antistante uno yacht altrettanto lussuoso ma vero. L'arredo interno è ricco di materiali pregiati che si evidenziano in stupefacenti contrasti cromatici esaltati in una complessità che a noi occidentali risulta complicata, ma che non ti lascia indifferente.Una sontuosità indigesta che ti prende allo stomaco ma che pian piano ti dà la dimensione araba, che non usa mezzi termini, così dopo un po’ trangugi tutto e cominci ad apprezzare anche gli ornamenti dai voluttuosi andamenti, dai disegni complessi e dai colori squillanti. Burj Dubai non è il grattacielo che ha più piani al mondo ma è il più alto del mondo, altra esaltante esagerazione che ne fa un’ indubbia attrazione turistica. Molto della torre che è ancora in costruzione è ancora segreto, come l'altezza definitiva perché altri paesi che hanno grattacieli in costruzione non rinunceranno ad espedienti pur di battere il record, come per esempio l'uso di pinnacoli esagerati o antenne che hanno l'unico scopo di accrescere l'altezza . Anche questo è spettacolo di un teatro che di ènfasi ne ha da vendere; a proposito, l'arredo del Burj Dubai è di Giorgio Armani, noto in Occidente per il rigore dello stile. Ma altrove non si dorme, anzi i concorrenti sono tanti e da per tutto si insegue il mito dell'altezza. Oltre alle antenne CN Tower di Toronto e KVLY-TV nel North Dakota avremmo la Freedom Tower di New York City, lo Shanghai World Financial Center, e la Chicago Spire. Nell'imminente vedremo un altro grattacielo da record sempre in Dubai, Al Burj, pare che sia di 1200 metri ! Altri megaprogetti: a Manama, nel Bahrein, la Murjan Tower di 1022 metri, nel Kuwait la Mubarak al-Kabir Tower (1001 metri), la Madinat al Hareer (City of Silk), progetto megagalattico di venticinque anni di durata che includerà un faraonico stadio Olimpico oltre a residenze, hotels e numerosi centri commerciali e di svago. L'effimero elevato a concezione evolutiva dell'essere, il nomadismo come sostituzione di identità. Chi conterà in futuro come identità sarà la comunità più popolosa e vasta; l'appartenenza ad essa costituirà la carta vincente di un costruito, cioè di un sistema appositamente realizzato per raggiungere tale imponenza. La parte minoritaria o di nicchia sarà rappresentato dal costruito che non avrà seguito, che non attirerà propriamente consenso. Si avranno, conseguentemente, delle manifestazioni opposte, che sopravvivranno al generale andamento mondiale con piccoli insediamenti che si caratterizzeranno in forma autonoma, fenomeno che sarà il controbilanciamento di quello generale. Gli occidentali si sentiranno sempre più sospinti verso quest'ultima ipotesi, e paradossalmente saranno i "moderni" a temere per la loro identità nei confronti di un rinnovamento che non riusciranno a controllare; sarà quindi, una forma di potere -o di mancato potere- ben lontano dalle tradizioni culturali o dai significati fino ad ora conosciuti. Con questo non voglio predire nessun tramonto dell'occidente, anche perché saranno sicuramente molti gli occidentali che vorranno cavalcarne l'esito per i loro scopi di potere personale. Dell'essere identità, cari sociologi e pedagogisti di qualsiasi religione o pensiero, mettetevi l'animo in pace, l'esproprpio delle coscenze in atto non avrà mai fine, pena la bancarotta delle finanze comunali e il ritorno ad un improbabile passato. Le città dello spettacolo e l'architettura della discontinuità Se Dubai e Taipei sono alcune delle nuove città che, secondo me, hanno i presupposti che ho descritto, sempre più numerose si affacceranno sulla scena mondiale nuove città che ricalcheranno simili tendenze . Ciò avverrà perché questa è la storia di sempre, da Sodoma e Gomorra a Pompei, dalla villa Adriana alle bellezze mitiche di Samarcanda, da Versailles ai fasti dei giorni nostri. Non tutto è attuale adesso come tutto non sarà attuale in futuro, e d’altronde non tutto il processo sarà in ogni luogo uguale e senza contraddizioni. I provibiri del costruire non riusciranno a controllare tutto, specie se si pensa che parliamo di stati emergenti che non hanno leggi costituzionali come noi intendiamo. Non dovrà stupire che questo inesorabile processo si svilupperà in maniera non prevedibile nelle sue molteplici possibilità. Avremo componenti atipiche in questo processo di sviluppo come ad esempio quello di una nuova concezione industriale dell'architettura del già citato David Fisher, autore della Rotating Tower a Dubai che vede nella rinascimentale Firenze uno dei suoi più fortunati progettisti. Accadeva nei prefabbricati che un architettura fatta in fabbrica veniva poi montata in sede edificatoria, per esemplificazione costruttiva. Questo stesso concetto del passato ma nel senso contrario, proprio perché fatta da elementi tecnologici talmente sofisticati che sarebbe impossibile realizzarli in un cantiere edilizio, viene applicato adesso per mirabolanti architetture. Questo esempio come altri creeranno un miscuglio di tendenze, la poca omogeneità conseguente darà seguito ad un architettura della discontinuità che sarà sempre più il vero volto della città. L'unica distinzione che sarà possibile fare è tra quelle che avranno una discontinuità che non avrà risvolti sociali e quelle che lo saranno come risultante di conflitti laceranti, travalicando l'aspetto formale. Qui arriviamo ad un' altro aspetto dell' ènfasi contemporanea: per spettacolarizzare una città sono ormai obsolete tutte le forme consuete che abbiamo concepito sino a quelle rese familiari e famose da De Chirico con la metafisica delle piazze d'Italia: In verità non se ne sente il bisogno perché una macchina militante con interessi politici o economici deve calare il cittadino in dinamica costante di uno spettacolo sempre più coinvolgente; questo non sarebbe niente di grave se non fosse che la qualità complessiva della composizione architettonica della città subisce un inevitabile decadimento . Non avendo più bisogno di tanti orpelli classici, la città si ritrova ad essere la “città del non luogo”. Questo è un processo forse molto più profondo, complessivo ed articolato (e forse anche più devastante) di quello denunciato da Marc Augé, etnologo e sociologo, nel suo famoso libro, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, afferma : “paradosso del non luogo: lo straniero smarrito in un Paese che non conosce ( lo straniero “di passaggio”) si ritrova soltanto nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere”. La città del non luogo e dei loghi e la clonazione senza fine C’è un tratto distintivo che accomuna molte delle catene proliferate negli anni Ottanta e Novanta quali Girando per il mondo ci imbattiamo in edifici o locali commerciali tipo Ikea, Blockbuster, che sono architetture di aspetto omogeneo anche come loghi e insegne, ma che allo stesso tempo imprimono autorevolmente la loro immagine. Stereotipi architettonici che sono anche punti di riferimento precisi di una topografia cittadina non chè toponomastica (... mi trovo all'altezza del Mac Donald....fermiamoci alla Schell...avete capito di quale città si parla? ). Lo stesso vale per i luoghi pubblici. Non solo autostrade, aeroporti e luoghi di transito e di incontro, ma tutto l'ambiente urbano è spersonalizzante ed estraniante per il cittadino perché è stato concepito come mero strumento di lavoro per chi lo amministra e di gestione delle masse. Un ambiente urbano foggiato ad uso e consumo di chi è preposto alla sua costruzione e mantenimento, a differenza del cittadino “intruso”, che sta a guardare impotente. Avete presente la sensazione di quando ti siedi ad una scrivania che non è la tua? Non riesci a fare niente e ti mette persino in difficoltà se vuoi pensare, perché senti che lì ha lavorato un altro, che stai fra le sue carte, che le sue penne non ti sono comode, che non leggi bene i promemoria e gli avvisi, che non sai dove stanno gli appuntamenti, che la schermata del computer non è come tu la organizzeresti etc. etc. Così ci si sente in certi quartieri, quando si va per certificati, o per ASL. Condizionato da questo potere di facinorosi, che sono l'anima della città, ti senti espropriato di te stesso e al contempo pieno di obblighi da assolvere, dettati dai loro ordini, espliciti o subliminali che siano. Uscito da questa condizione di spersonalizzazione e appiattimento visivo, ti trovi davanti ad un edificio-logo che ti sorprende come un pugno nello stomaco. Un edificio impressionante come un gigantesco cartellone pubblicitario ti indica, per esempio, che hai di fronte la Mc Donald o che stai sotto la Mercedes. La Stefan Zweig dice che se non hai il passaporto non ricevi il trattamento civile.....(?) Ma è proprio quello che serve ai tecnici dello spettacolo che per manipolare l'individuo elaborano i tuoi dati a modello di consumo, falsamente tutelato dall'autority della privacy, è questo il trattamento civile? Potrei continuare a lungo su questo genere sociologico che porta, a mio avviso, a risultati incerti; una cosa purtroppo è vera. Le città, nel loro insieme, sono sempre più spersonalizzate ed estranianti; sono riconoscibili solo per le superstiti parti di centro storico e per alcuni edifici logo che, ripeto, spesso simboleggiano se stessi, senza di essi mancherebbe l'enfasi contemporanea. La cosa più drammatica, che non appare esplicita anche se la sperimentiamo e condividiamo quotidianamente, è che questa spersonalizzazione del costruire non dà qualità e nemmeno scelta, dato che è tutto pressoché uguale; tutto si produce in posti distanti (outsourcing) e può essere a sua volta copiato e falsificato. Conseguenza: frutta meglio un’ idea per ben trascorrere alcune ore in città che un’ idea per ben edificarla; diventa più importante l'iniziativa che ci sta sopra che il costruito stesso....l'abito che fa il monaco, l’evento che fa la città. Le compagnie hanno deciso che il problema essenziale non sta più nel vendere i propri prodotti, dal momento che questi sono generici, possono essere copiati e addirittura migliorati. Ma se si vende un'idea, un'esperienza, un gruppo di società, diventa molto più difficile la competizione. L'abbigliamento sportivo è un esempio significativo: si tratta di un mercato dove il prezzo e persino la qualità non hanno più importanza, dal momento che la gente sceglie tra la Nike e l'Adidas, non per le scarpe, ma per le loro campagne pubblicitarie. Questa ultima frase è presa da Nologo di Naomi Klein, che accusa le multinazionali che sfruttano la manodopera locale, priva delle stesse leggi sul lavoro in uso nei paesi di origine degli investimenti, per fare ricavi maggiori di quelli che l'autrice ritiene giusti: il concetto è interamente applicabile solo nella parte relativa al marketing all’analisi che cerco di fare sulla città spettacolare moderna. La strategia del marchio, infine, è un altro aspetto dell'ènfasi di cui abbiamo parlato, lo svuotamento estremo di quelle che sono le sostanziose necessità proficue all'utente. Al brand del designer corrisponde la griffe dell’architetto che firma un edificio-logo. Ciò fa di un architetto di tendenza un archistar. Ne consegue che per dare senso a questi agglomerati urbani un manufatto firmato avrà sempre più importanza. Un avvitamento sempre più vorticoso verso il basso delle città, nel suo complesso, un esaltazione di alcuni edifici che diventeranno di culto estetico, forse come a significare "le nuove chiese". In conclusione, tornando a Roma, possiamo dire che da un lato abbiamo il Theatrum Urbis , cioè la città classica di cui la Roma imperiale è stata il maggiore anche se non il primo centro propulsore, irradiando modelli e schemi urbanistici in tutto l’Occidente fino alla fine del sec. XIX e oltre. La nota concezione classica si distingueva con la volontà di dare la dovuta efficacia all' ènfasi propriamente detta dell'architettura, che a sua volta simboleggiava l'impero, la religione, la forza militare e quella economica. Dall'altra parte abbiamo ancora un’ ènfasi di forza uguale e contraria perché è quella della città dello spettacolo, caratteristica dell' attuale società, dove essa è riconducibile al marketing, e di conseguenza ad altre logiche e ad altri intenti. L'una non sminuisce l'altra per importanza: sono ambedue processi interessantissimi che abbiamo avuto e con cui faremo i conti ancora a lungo. Esse permettono letture di derivazione massmediale che dall’analisi della forma estetica ci porteranno ai veri motivi che stanno dietro ad un manufatto architettonico. Se poi si vuole scavare nell’inconscio di ogni individuo, si potrà scoprire che l'ènfasi è l'essenza primordiale di ogni volontà creatrice. Basta considerare che all’epoca delle prime costruzioni, quando le tecniche costruttive ancora non esistevano, l'uomo primitivo era riuscito ad erigere torri e mura gigantesche in luoghi non rocciosi con massi di cui ancora adesso non si conosce l'origine né si comprende come siano stati trasportati. Parlo dei famosi Dolmen, o delle varie mura ciclopiche, che in varie parti del mondo hanno testimoniato l'esistenza di antichissime civiltà, di cui solo queste imponenti tracce sono a noi rimaste a testimonianza di ignoti popoli già dediti all’architettura. Tutte le altre costruzioni che seguirono nel tempo non si differenziarono per scelte ardite: dalla Torre di Babele alle piramidi egizie o incas, la costante edificatoria fu l'impossibile prima di allora e, se poi ha assunto valori simbolici e formali, ciò ne prova l’aderenza allo stesso indirizzo espressivo. E' indubbio che l'uomo ha sempre avuto il desiderio di stupire, di impressionare, come altresì ha sempre risposto sollecito a tali richiami per il piacere di ammirare e di testimoniare con la propria presenza il vanto dell’appartenenza al sistema capace di prodotti altamente simbolici di potere e bellezza. Quanto sopra esposto vale anche per il design e per tutte le forme artistiche. La città delle installazioni. Se lo spettacolo –nel senso da me usato finora- è da intendersi come contraffazione artistica della città, la sua scenografia più falsa è l'installazione, da intendersi come estremo limite di messa in scena teatrale (di un misero teatrino) fuorviante rispetto alle più generali esigenze urbane. Scenografia come suggestione, istallazione come quinte teatrali destinate a ospitare follie esibizioniste. Se un libero cittadino dovesse agire secondo propria coscienza, il fatto che tale facoltà non risieda in lui è la schizofrenia quotidiana del vivere collettivo. Anomalie e comportamenti irregolari sono la consuetudine denunciata dai media che chiedono allo stesso tempo di collaborare e migliorarsi nell'efficacia di tale perversione. Psicologia e sociologia a parte, tale personalità retorica è una realtà che la rappresentazione architettonica ha in maniera più vistosa . Possiamo dire che, se la democrazia ha come difetto la retorica, anche l'architettura si comporta in modo conseguenziale. Più si rende necessaria e invasiva la democrazia, più pressanti saranno le richieste, sino a toccare apici di emergenze, maggiore sarà l' ènfasi nell'architettura. Forse nel design dell'arredo e dell’ oggettistica, notoriamente legato al marketing, abbiamo le chiavi di lettura più aderenti e numerose, anche perché più facilmente si può scollegare da vincoli strutturali e costruttivi, fenomeno formale e appariscente molto vicino a quello che per gli edifici è definito archiscultura. Quello che non mi ha spinto sino ad ora ad affrontarlo è il fatto che l'uso di tali "prodotti" * ha una finalità ben precisa che in molti casi è essenziale per la vita di un individuo e di conseguenza il paragone rischia di essere fuorviante. * manufatti architettonici definiti con il nome di prodotti come risultante di marketing non è un ipotesi peregrina. basta considerare il fenomeno di un designer come Philippe Stark Solo quei prodotti di design più vicini alle scultura che ad un utensile potrebbero essere presi in considerazione ma essi stessi, in quanto legati a fattori contingenti, avrebbero creato confusioni con le premesse fin d'ora riportate. Una cosa è certa, anche un prodotto di grido risponde a quello che abbiamo sin d'ora detto sull’ènfasi, grazie alla presenza comune del logo, della firma, del brand. Nelle città in cui viviamo la vita di ciascuno è sempre più dettata dall'edificio di grido che si fa totem predominante, marchio e pubblicità per l’ immagine coniata dalle strategie degli apparati decisionali in combutte sponsorizzatrici ricattatorie con aziende e multinazionali, allo scopo di rendere l'abitato più enfaticamente desiderabile. Di conseguenza lo scadimento della vita nelle città è inevitabile, la qualità dell'edificazione diventa di livello deteriore a favore di un effetto trendy, non importa se duraturo, e così pure decade la sua solidità strutturale. Importante è solo la capacità di soddisfare l'immagine nel fugace periodo in cui quella tendenza edificatoria è in voga. Ne consegue la poca necessità di capaci maestranze per le costruzioni ordinarie, anche se, al contempo, ci stupirà sempre di più l'ènfasi tecnologica innovativa degli edifici-logo urbani. Opereranno sempre più manovalanze immigrate a basso costo e tecnici specialisti di imprese high-tech, solerti esecutori delle volontà di archistar, architetti di tendenza sempre più discussi come capricciosi e costosi, ma sempre adulati e strapagati dalle amministrazioni. Esclusi dalla festa perenne resteranno condomini e bidonville, dove l'inevitabile degrado di una vita resa insopportabile, sarà causa permanente di casi di follia. Vorrei precisare che questo mio lavoro è una dimostrazione del fatto che esiste un vuoto culturale, un assenza di spirito critico che va ben oltre le divisioni politiche, non è uno strumento per accusare qualche amministrazione o partito politico, là dove ho ravvistato manchevolezze o colpe gravi sono solo e nient'altro che la prova della giustezza delle mie analisi . Aspetti e problematiche che immodestamente credo di aver capito e di far capire. Giovanni Lauricella |
